domenica 26 agosto 2007

Dal Giornale di domenica 26 agosto 2007
Essere giovani non è assolutamente un merito così come essere vecchi un peccato, però cambia la percezione che si ha della vita e quella che gli altri hanno di questi e di quelli. Beniamino Placido ricordava sovente sulla Repubblica il caso di quella nobildonna francese che rimpiangeva quello che accadeva venti o trent’anni prima, fino a che un giorno le fecero notare che erano gli anni del terrore e della ghigliottina e che c’era ben poco da sospirare. «Lo so, ma avevo sedici anni», la risposta che prima o poi diamo tutti quando superiamo le quaranta candeline e torniamo con la mente al primo amore, la prima vacanza, la prima auto, la prima notte.
I giovani hanno dalla loro la freschezza delle idee, anche se bisognerebbe mettersi d’accordo sull’altezza dell’asticella, superata la quale non si è più giovani, almeno non anagraficamente. In Francia, la guida di Omnivore, splendida, www.omnivore.fr, si occupa di cucina giovane, nel senso di chef che conservano la capacità di creare indipendentemente dai compleanni festeggiati (o maledetti), anche se è ovvio che pochi superano il mezzo secolo. L’Associazione dei Giovani Ristoratori, www.jre.it, ha invece deciso di alzare l’età limite di ingresso, da 35 a 37 anni, fermo restando che a 45 compiuti si esce. È una decisione figlia delle difficoltà che in Italia si incontrano se si vuole iniziare un’attività imprenditoriale, in ogni settore, non solo nella ristorazione.
Trentacinque è anche il tetto nella guida di Identità Golose, www.identitagolose, di cui sono curatore, per fregiarsi del simbolino che evidenzia i baby cuochi, mentre a Ferragosto Repubblica, anticipando l’uscita della guida dell’Espresso, attesa per l’11 ottobre a Firenze, ha peccato di ottimismo nel precisare che i dieci «saranno famosi sono giovani cuochi italiani under 30», visto che in diversi i trent’anni li hanno compiuti da tempo. Però è vero che sono tutti nella metà ascendente della loro parabola, anche se ognuna ha un apice ben diverso e un Enrico Bartolini, 28 anni a novembre, patron delle Robinie a Montescano (Pavia), suscita più attese di un Massimiliano Capretta, 35enne ai fornelli dell’Hostaria L’Arca ad Alba Adriatica sulla costa teramana. Il primo, in proprio da due anni appena (e questo spiega perché la Michelin deve ancora scoprirlo), sarà premiato dall’Espresso come Giovane dell’Anno. Il secondo sta cercando la sua via e a dicembre sarà tra le cinque novità del sodalizio dei Giovani Ristoratori, l’outsider accanto a un poker già noto ai golosi più attenti, formato da tre uomini e da una mosca bianca, una donna, la sola che sarà citata in questo servizio, perché altre non emergono dalle anticipazioni guidaiole. Si tratta di Aurora Mazzucchelli del Marconi di Sasso Marconi sopra Bologna, che si affianca a Ivano Mestriner, il profeta del quinto quarto a Badoere di Morgano (Treviso), Heinrich Schneider dell’Auenerhof a Sarentino (Bolzano) e Adriano Baldassarre del Tordo Matto a Zagarolo (Roma).

Aurora, Bartolini e Mestriner rientrano anche nei dieci messi in bella mostra da Enzo Vizzari su Repubblica, assieme con Domenico Vicinanza del Papavero di Eboli (Salerno), Matteo Pisciotta dell’Osteria del Sass a Besozzo (Varese) che la Michelin ha penalizzato perché si disperderebbe tra più impegni, Giorgio Parini dell’Osteria del Povero Diavolo a Torriana (Rimini), Andrea Mattei della Magnolia a Forte dei Marmi (Lucca), Guido Haverkcok di Castello Banfi a Montalcino (Siena), Michele Biagiola delle Case a Macerata (cantina dell’anno come il pranzo dell’anno L’Espresso lo ha consumato al Combal.zero di Davide Scabin a Rivoli) e Pietro D’Agostino della Capinera a Taormina (Messina).
Il Gambero Rosso, curatori Stefano Bonilli e Marco Bolasco, che per la presentazione dell’edizione 2008 hanno dato appuntamento a Roma per l’8 ottobre, stanno preparando un dvd dedicato a 11 freschi chef, con Parini, Pisciotta e Bartolini, sfileranno Ilario Vinciguerra dell’Antica Trattoria di Monte Costone a Galliate (Varese), Rocco Iannone di Pappacarbone a Cava de’ Tirreni (Salerno), Alessandro Boglione di AB+ a Torino, Francesco Passalacqua del Cicala02 a Milano, Heros De Agostinis del Wolkenstein a Merano, Accursio Craparo della Gazza Ladra a Modica (Ragusa), Luigi Pomata di Nicolo a Carloforte (Cagliari) e Christian Di Tiglio del Ritrovo d’Abruzzo a Civitella Casanova (Pescara). A loro, Bolasco aggiunge, per qualità, Pino Cuttaia, quello che ha compiuto il balzo all’insù più alto, della Madia a Licata (Agrigento), Antonio Guida del Pellicano a Porto Ercole (Grosseto), Ivano Mestriner, gettonatissimo, Riccardo De Prà del Dolada a Pieve d’Alpago (Belluno) e il Baldassarre del Tordo Matto.
Sono 24 in tutto (25 con Fabio Barbaglini della Gallina, a Gavi nell’Alessandrino, che aggiungo io), e uno solo è donna. Se le cuoche rosa erano poche, in prospettiva rischiano l’estinzione.





26 agosto 2007 alle 19:26
Vero.
Così è (se ci pare) nelle guide in essere e in quelle in divenire.
Eppure sono convinto che gran parte della tradizione gastronomica italiana sia ancora in mano a donne.
Girovagando verifico che è così su e giù in questo bel paese.
Da queste parti, prima di raggiungere il mare salentino e godermi il meritato riposo, mi sono imbattuto in una cuoca fenomenale. Un vero talento.
Ho rivisto tutte le mie convinzioni maschiliste.
Non penso che le cuoche siano in estinzione se non sono nelle guide.
Stanno invece lì dove devono stare: nelle cucine d’Italia.
Basta cercarle.
Con più attenzione.
26 agosto 2007 alle 19:39
poco meno di un terzo dei ristoranti stellati ha una donna in cucina, ma in ben pochi la cuoca è pure lo chef, nel senso che intendono i francesi, il capo, ruolo che viene puntualmente ricoperto dal marito che troneggia in sala
la donna finisce con il confermarsi la madonna del focolare, trasferita dalla cucina di casa alla cucina dell’impresa di famiglia. ed è proprio per questo che la tradizione italiana è in mani femminili
di sicuro la mazzucchelli ha messo il suo nome in prima fila e chi va al marconi va per i suoi piatti e identifica in lei il leader del locale, ma in genere quando lei ha visibilità abbiamo una coppia, con le due metà sullo stesso livello, ma non capita in tutti gli stellati, di solito lui si pone un gradino sopra
discorso ben più lungo.
oloap
ps dove in puglia per favore? ci devo tornare a breve…
14 settembre 2007 alle 14:33
SAi che questo è un discorso che mi sta a cuore,quando tu dici”ma in genere quando lei ha visibilità abbiamo una coppia, con le due metà sullo stesso livello” mi si pone un quesito.Hai mai pensato di chiedere a uno chef dove sia la sua metà?Quando si parla di una donna in cucina si guarda sempre dietro per vedere dove è il marito o compagno,QUANDO SI PARLA DI UNO CHEF NO.
Tu che conosci tanti chef e patron di ristoranti stellati o no, avrai sicuramente conosciuto anche le loro famiglie,e allora senza infrangere la privacy di ognuno di loro la prossima volta metti un P.S. alla fine del tuo articolo svelando le mogli o fidanzate o anche le mamme che stanno dietro le quinte,penso che avrai delle grosse sorprese.
Come dice Tommaso nel post sopra:BASTA CERCARLE
CLA
14 settembre 2007 alle 15:58
Hai ragione Cla, però il discorso sviluppato nel mio articolo è a livello di chef alla francese, non di compagni o compagne piuttosto che nonne, mamme o zie che supportano il lavoro del cuoco figlio/marito/nipote
adesso sono in una centrifuga redazionale, ma se chiedi ovunque quali sono i migliori 10 ristoranti italiani, al massimo, di chef in rosa, possiamo trovare Nadia Santini, allargando un po’ la cerchia anche Valeria Piccini. La Pinchiorri/Feolde fa corsa a sé, una Fabrizia Meroi è nota ai noi tarantolati, ma non è una figura popolare e chi va a Sappada va al Laite.
discorso lungo e tempo scaduto
grazie grazie
oloap