venerdì 10 agosto 2007
Nel forum del GVCI, il Gruppo virtuale cuochi italiani, si sta discutendo di mozzarella di bufala congelata, discorsi che ho ripreso nell’altro mio blog, www.marchidigola.it, allargandolo alla Carbonara fino a coinvolgere nella discussione Andrea Sacchi, cuoco in Oriente, che mi ha scritto chiedendomi quanto segue: “Secondo lei, stando sul tradizionale è più difendibile un prodotto che una preparazione? Voglio dire, un formaggio a pasta filata si fa così con questi
ingredienti e queste temperature e tutto quello che è noto e un Piatto che porta un nome e ha una ricetta sua definita nel tempo, per chiamarsi sempre così deve
seguire tutti i crismi o qui subentra la licenza creativa?
Non è polemica, mi creda, mi interessa solo capire a che punto scattano i meccanismi di protezione di una autenticità e quando no. E’ una domanda che si annida tra il mozza e i post sulla carbonara di Massimo Sola. Per rimanere in tema di mozzarella di bufala, se io ne frullo una freschissima portando il suo siero verso i sessanta gradi e incorporo olio e faccio una crema, la sparo in un sifone con due cariche e poi mollo la spuma in azoto liquido e la servo cosi con una gelatina calda d’acqua di pomodoro; quanto di quella bufala è rimasto, perché la possiamo ancora chiamare bufala? Ragionamento un po’ per una caprese o no?
Mi rendo conto che questo è un argomento da affrontare davanti ad un
piatto non una tastiera, ma le distanze ce lo impediscono”.

Tra Sacchi e il sottoscritto sì, ma tre giorni fa all’Osteria di Porta Cicca, in riva al Naviglio a Milano, Maria Sole Capodanno (vedere il post precedente) ha servito una Caprese agrodolce con Bufala, pomodorini confit e basilico, piatto che appare qui in foto. Chi ha ragione? Chi taglia a fette una mozzarella e un pomodoro, vi appoggia due o tre foglie di basilico e a tavola o chi strapazza e frulla la bufala in un minipimer, poi la passa in un settaccio fine, stando attentissimo a non lasciare grumi, per versare poi il tutto in un sifone con un po’ di colla di pesce e via con una sifonata gioiosa?
Entrambi, perché comunque gusti e sapori sono quelli, varia la consistenza, però l’idea di sposare bufala e pomodoro è intatta. Credo sia fondamentale che non venga meno questo filo logico, come invece mi è capitato di recente quando, al ristorante sia chiaro, non in una pasticceria, a una brioche scritta in carta ha fatto seguito il servizio di un babà. Hai voglia a essere sognatore.
Di sicuro il cliente va avvisato perché tutti abbiamo in testa l’originale di un piatto, certo non la fantasia dello chef di turno, è anche una questione di rispetto verso chi paga. Va difesa la qualità della materia prima, una mozzarella di bufala deve essere prodotta con latte di bufala (sento molti ridere e alzare gli occhi al cielo…) e stop. Il suo uso invece ha per limiti la fantasia dell’uomo che non è una pietra, uno di quei colossi dell’isola di Pasqua, immobili a guardare la linea dell’orizzonte. La fantasia e anche la velocità di produrre idee del singolo, la sua capacità di cambiare e progettare a passo di lumaca o si ghepardo. Non c’è ricetta della tradizione che oggi venga eseguita come all’origine, ma un conto è che cambi nell’arco dei decenni, apparendo in fondo sempre la stessa, e un altro di giorni, settimane, mesi fino allo stravolgimento più evidente.
E, su tutto e prima di tutto, la conoscenza della storia, delle tecniche e dei prodotti. Troppo spesso ci si imbatte in cuochini che si spacciano per creativi perché privi dei fondamentali.
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