mercoledì 27 giugno 2007

Dalle parole ai fatti. Mentre in Italia si parla di copyright delle ricette senza approdare a nulla, negli Stati Uniti c’è chi va diritto diritto in tribunale per difendere i suoi piatti, anche se, come riportato dall’articolo dell’Ansa, non tutto ha una logica netta e chiara. Riporto il pezzo, pensando che se Fulvio Pierangelini potesse avere un euro per ogni Passatina di ceci copiata oggi sarebbe ricco, molto ricco.
USA: RISTORANTI NEW YORK, BATTAGLIA LEGALE SU COPYRIGHT MENU (ANSA) – NEW YORK, 27 GIU – Non s’era mai visto e probabilmente si tratta di una nuova conferma che gli Stati Uniti sono ormai governati dagli avvocati: la proprietaria di un noto ristorante newyorchese, Rebecca Charles del Pearl Oyster Bar nel West Village, ha fatto causa contro il suo ex braccio destro, Ed McFarland, accusandolo di averla spudoratamente copiata e chiede i danni.
La Charles, 53 anni, sostiene che McFarland ha aperto un ristorante quasi fotocopia a poche centinaia di metri dal suo, violando i suoi diritti d’autore, l’Eds Loabster Bar a Soho. Tra la accuse rivolte dalla donna al suo ex capo cuoco, c’è quella – a dir il vero abbastanza ridicola – di avere copiato la Ceasar’s Salad, la tipica insalatona americana con uova e crostini. Un po’ come se un ristorante del Testaccio a Roma, accusasse un suo collega di Trastevere di vendere i suoi stessi rigatoni all’amatriciana o la pajata.
Accanto a Rebecca, c’è un avvocato di Chicago, Charles Valauskas, che si è specializzato in questioni di copyright dei menù, come scrive oggi con ampio rilievo il New York Times. La Charles sostiene che Ed McFarland le ha copiato sia la decorazione del bar-ristorante (tutto bianco, con il bar in marmo), sia vari piatti come i lobster roll, i panini alla polpa di astice o le capesante fritte.
Ed ribatte spiegando che tutti i ristoranti di questo tipo, in particolare quelli di Boston, hanno questo look dalla tinte chiare, e che i piatti sono tipici del Massachusetts o dell’area
di San Francisco, nel nord della California. Punto e basta. La stessa Charles ha sempre riconosciuto essersi ispirata a un famoso ristorante di San Francisco, lo Swan Oyster Depot, ma di averci aggiunto molto di suo. “Il mio ristorante rappresenta una riflessione su me stessa, la mia esperienza, la mia famiglia”, spiega forse con una punta di arroganza la signora.
Tra i suoi colleghi, comunque, molti non la pensano affatto come lei. Spiega per esempio, sempre al New York Times, Tom Colicchio, famoso per avere aperto una catena di panini spesso imitati: “Non c’è nulla da fare, non potete proteggere le ricette, non potete proteggere una catena come questa. Non c’è proprio nulla da fare”.
Proprio nulla no, certo che difendere un piatto della tradizione con un copyright personale…





28 giugno 2007 alle 02:44
Credo che l’esempio di Pierangelini sia molto diverso da quello “pittoresco” di Rebecca Charles.
Tra l’altro credo che Pierangelini abbia 10 anni di tempo dal momento in cui è venuto a conoscenza del plagio per chiedere i danni.
Sarebbe carino fare una lista di ristoranti in cui la passatina di ceci di Fulvio è stata fotocopiata e inserita in menù….
Magari si potrebbe chiedere l’aiuto dei lettori per avere le segnalazioni.
Avete idea di quanti ristoratori sbiancherebbero?
Mucca
2 luglio 2007 alle 04:22
Ci sono stati grandi cuochi che hanno fatto dei piatti in omaggio a dei cuochi ancora più grandi; si diceva perchè ispirati da questi ultimi.
Nel caso della passatina di Pierangelini, ritengo che i ristoranti che la ripropongono in fotocopia, siano dei ristoranti “mediocri”. Li si potrebbero eventualmente scusare se scrivessero nel menu “Passatina eccetera eccetera nello stile di Pierangelini” . . . ma non so se Pierangelini la digerirebbe comunque.
2 luglio 2007 alle 10:54
io credo che i tributi, i grazie tipo Bocuse a Maccioni per la crema bruciata, siano piacevoli e sempre graditi, a meno che uno non dedichi il suo peggior piatto… un grazie non dà fastidio, come le buone maniere
oloap
ps benvenuto Bruno nelle pagine del Giornale